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Guida alle tribù urbane episodio 2: il punk!

“Scegli solo un accordo, fallo vibrare e avrai la musica”. Se lo dice uno come Sid Vicious dei Sex Pistols dovrai crederci. Perché il punk, almeno quello degli inizi, è proprio così: grezzo e rumoroso. I movimenti giovanili in quegli anni, tardi ’60, era scaduto in una melassa di buoni sentimenti che era il movimento hippie. “Pace&amore, fratello”. Ma nelle periferie l’amore universale proprio non ci arrivava, figuriamoci la pace. Era li che vivevano i ragazzacci del punk, quelli che di lì a poco avrebbero preso a calci sia l’ovattata società borghese che la ribellione dolce dei figli dei fiori. La loro filosofia di vita il disimpegno totale. Inizialmente cercano di rivitalizzare il rock anni ’70 – ormai privo di stimoli e ripiegato su sé stesso. Lo stile e il sound esprimono un bisogno comunicativo diretto, senza mediazioni, a volte secco e apparentemente “brutto”. Rifiutano il passato con tutto ciò che ad esso è connesso. Il mainstream, la moda, le idee preconcette. Si presentano con jeans strappati, giacche di pelle e scarpe di tela. Mai come prima di allora il rock viene democratizzato.

Guida alle tribù urbane: il punk!

La storia del punk nasce al CBGB & OMFUG, acronimo di “Country Blue Grass Blues and Other Music For Uplifting Gourmandizers”. Un club dal nome ostico proprio come i suoi frequentatori. ”pensate al bagno di casa vostra ma solo un po’ più grande, coperto di graffiti, dove il proprietario Hilly Cristal lasciava i suoi cani liberi di scorrazzare nel locale, una cosa che il compianto Joey Ramone trovava spassosa” è la colorita descrizione che ne fa Alan Parker nel booklet del CD Ramones Best of the Chrysalis Years. Non trovate che sia il luogo perfetto dove far nascere un movimento come il punk?

New York, i Ramones, l’inizio di tutto

Guida alle tribù urbane: il punk!

In questo locale newyorkese, nato per il country ma che dal country presto aveva deviato verso lidi ben più sudici, dal ’74 cominceranno ad esibirsi dei giovanissimi. Questi quattro ragazzi, Joey, Dee Dee, Johnny e Tommy, hanno già in nuce tutte le caratteristiche che renderanno il punk un movimento universale: sono sgangherati, giovani e un po’ ribelli. Le loro esibizioni al CBGB non hanno nulla a che vedere con ciò che si sente in giro in quegli anni. Suonano male (basti pensare che il cantante era originariamente il batterista, mentre a suonare la batteria ci va…il produttore!), litigano sul palco, dimenticano i testi. Insomma, un disastro. Un disastro che però funziona, non tanto in patria, magari, ma sicuramente in UK, dove diventano presto una band cult.  “Indossavano tutti queste giacche di pelle nere. Sembrava che fossero entrate le SS. Dee Dee iniziò a contare 1-2-3-4… e fummo tutti colpiti da questo muro di suono. Questi ragazzi non erano hippy. Questo era qualcosa di completamente nuovo”. Un critico inglese li saluta come “i salvatori del rock ‘n’ roll”. 

L’onda iconoclasta dei Sex Pistols

A Londra, un’altra band si sta facendo notare parecchio. Ha sonorità che riprendono molto dei Ramones, ma le canzoni non sono spensierate come quelle della band del Queens, tutt’altro. Sono un vero pugno allo stomaco della compassata società inglese, un’onda violenta che trova terreno fertile nel Regno Unito, oltre a un successo strepitoso. Troppo successo, secondo i Ramones, che vedono la fama del loro terzo disco (Rocket to Russia) oscurata da questi nuovi rocker maledetti: i Sex Pistols. I Sex Pistols sconvolsero prima gli UK e poi il mondo, seguiti da frotte di ragazzi dimenticati che si rispecchiavano nel nichilismo delle loro canzoni. Non sconvolsero affatto, invece, i produttori della EMI, una delle multinazionali discografiche più grandi al mondo, che fiutarono l’affare e offrirono alla band un contratto di quelli da strabuzzare gli occhi. Esce con la EMI il primo 45 giri, Anarchy in the UK, che apre con uno degli incipit più fulminanti della storia del rock: “I am an antichrist I am an anarchist don’t know what I want but I know how to get it”. La parabola dei Sex Pistols sarà mirabolante e eccessiva proprio come i suoi membri. Finirà, purtroppo nel più tragico dei modi, quando il chitarrista e simbolo del gruppo, Sid Vicious, uccide la fidanzata e poco dopo si suicida. Un’altra band si stava però facendo strada, nata proprio come spalla degli stessi Sex Pistols: i Clash.

I Clash e l’impegno politico: il punk diventa la musica della rivolta

Per quanto le due band se la facciano a braccetto e compiano insieme più di una tournée, le differenze sono molto marcate: i Clash, infatti, non nascondono il loro impegno politico, e anzi ne fanno una bandiera con la quale guidare le folle che li osannano. “White Riot”, il loro primo 45 giri uscito nel ’77, attacca frontalmente le istituzioni per gli scontri di Notting Hill, per i quali la polizia inglese fu accusata di razzismo verso la comunità nera locale. Joe Strummer è vivo e lotta insieme a noi. I fan ricordano volentieri il leader dei Clash scomparso nel 2002 con uno slogan politico, a sottolineare che il rock militante della band non è mai tramontato, che il messaggio è ancora vivo, che il testimone si tramanda da una generazione all’altra, che se il punk è la musica della rivolta e dei contenuti è tutto merito suo. La cosa che Strummer sapeva fare meglio era incoraggiare le persone. Senza di lui il punk non avrebbe avuto connotazioni politiche, sarebbe stato solo un modo di vestire e di suonare veloce.

Niente sarà più come prima

Il movimento punk, a questo punto, è planetario e inarrestabile. La sua energia ha cambiato per sempre il modo di suonare, di vestirsi, ma anche di pensare e di ribellarsi all’ordine costituito. Le sue propaggini hanno investito ogni aspetto della cultura contemporanea, dall’arte, al cinema, alla letteratura. Rendendo tutto più brutto, forse, ma sicuramente più vero.

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