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Cannabis e CBD: la battaglia legale più lunga che ci sia

La storia della legislazione sulla cannabis, in Italia e all’estero, è tra le più travagliate che ci siano. A memoria d’uomo non si ricorda tema legale più divisivo, tra i sostenitori della legalizzazione e i tenaci oppositori. Una battaglia surreale, a tratti ridicola, data non solo da ignoranza, ma da malafede e attività di lobbying sfrenata. Del resto, gli interessi economici che gravitano attorno all’oro verde sono enormi, e fanno gola a tanti, dalle mafie alle grandi multinazionali, passando per la politica.

Cannabis e CBD: la battaglia legale più lunga che ci sia

Mettiamo subito in chiaro una cosa: nel corso del tempo gli argomenti a favore della legalizzazione sono diventati davvero tanti. Fingere ancora che ci sia una discussione sul tema è pura ipocrisia. Non stiamo parlando di fantomatici studi citati da comunità di hippy mentre chiacchierano sotto le stelle. Parliamo di tecnici dell’ONU, indagini e ricerche accademiche.

Del resto i costi di questa insensata battaglia contro i mulini a vento sono elevatissimi. Una guerra nata sotto presupposti sbagliati (negli Stati Uniti degli anni ’50 l’obiettivo neanche troppo celato era criminalizzare le minoranze etniche sudamericane) e continuata in modi deliranti. Ogni anno, quasi il 30% delle persone che finiscono in carcere ci finiscono per reati legati al piccolo spaccio.

Chi conduce questa battaglia proibizionistica ha con ogni probabilità obiettivi diversi da quelli di ridurre il consumo tra la popolazione. Ciò è ancora più evidente quando non parliamo più di marijuana contenente THC (o tetra-idro-cannabinolo), quella, per capirci, tra le sostanze psicotrope. Ma di prodotti a base di CBD. Il cannabidiolo o CBD è un altro principio attivo della cannabis, dai grandi effetti benefici. Ha effetti rilassanti, anticonvulsivanti, antiossidanti e antinfiammatori. Favorisce il sonno ed è distensivo contro ansia e panico. Aiuta a placare le alterazioni del tono mosculare e di quello nervoso. E, soprattutto, non ti “sballa”.

La canapa è un tessuto che si adatta a tutti gli stili

Il fatto che non induca stati di alterazione ha mandato in gran confusione la lobby proibizionista e i suoi ringhianti cani da guardia. Del resto, questo story telling del fattone che comincia con la canna e finisce a bucarsi sotto i ponti è sempre stata la loro carta vincente. Ma da quando esistono oli, saponi e tantissimi altri prodotti derivanti dalla stessa pianta ma privi di THC, non sanno più cosa inventarsi. Ciò ha dato il via a una serie di sentenze legali a dir poco contraddittorie. In un primo momento si era fissato il limite di THC allo 0,2% (con tolleranza fino al 5%), rendendo legali tutti i prodotti al di sotto di quella soglia.

Le leggi si sovrappongono senza dare reali risposte

Successivamente la Corte di Cassazione, con notevole bizantinismo, ha stabilito che “Integrano il reato previsto dal Testo unico sulle droghe le condotte di cessione, di vendita, e, in genere, la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis sativa light, salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”.

Dal momento che non è chiaro chi debba valutare se l’efficacia drogante c’è o non c’è, a quali soglie si riferisca e altre quisquilie simili, al momento in Italia si naviga a vista. Decine di migliaia di attività, che danno lavoro legale a tantissime persone, sono in bilico, col rischio di venire multati, o di veder chiusa la propria attività. Senza possibilità di progettare la propria attività economica di lungo periodo.

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